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sabato 11 giugno 2016

Bruce, Brenda, David. La tragica storia della prima vittima del dottor Money, il guru del gender

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Marzo 31, 2014 Emanuele Boffi
Esce in Italia con vent’anni di ritardo la terrificante verità sul caso che screditò per sempre l’inventore della teoria di genere
«La sua prima domanda non fu come o perché i genitori potessero avere preso una simile decisione, né come potesse essere accaduto un incidente di circoncisione così devastante. Lei chiese invece il suo nome di nascita. Chiese, in effetti, Chi sono?».
La casa editrice San Paolo, a quattordici anni dalla sua uscita nel 2000, ha tradotto e pubblicato As Nature Made Him. The Boy Who Was Raised as a Girl. Il titolo, in italiano, suona così: Bruce Brenda e David. Il ragazzo che fu cresciuto come una ragazza. Nelle prime tre parole è raccolto il senso della vicenda: tre nomi, un’unica persona. L’autore è un giornalista americano, John Colapinto, che trasformò in libro una sua celebre inchiesta, apparsa per la prima volta nel dicembre 1997 su Rolling Stone. Il caso, che in America ebbe una notevole risonanza, è sostanzialmente sconosciuto in Italia, ma merita di essere ripercorso. Perché è all’origine della cosiddetta teoria del gender. Un’origine tragica.
BRUCE. Il 22 agosto 1965 vennero alla luce all’ospedale St. Boniface a Winnipeg (Canada) due gemelli identici, Bruce e Brian Reimer. Entrambi avevano un problema di fimosi al pene, per la quale era necessaria una circoncisione. Operazione semplice e routinaria, alla quale i due genitori, Ron e Janet, acconsentirono senza problemi. Il 27 aprile 1966, il giorno dell’operazione, un’insolita bufera di neve si abbatté su Winnipeg. Presagio shakespeariano di quel che doveva accadere, fu il contorno atmosferico all’incidente che capitò al piccolo Bruce. Per un incredibile errore, il suo pene fu bruciato. «Si staccò a pezzetti» e «sparì completamente».
I genitori, disperati, dopo una serie di consulti medici, si affidarono a John Money, un medico che avevano sentito parlare alla tv dei miracoli della «riassegnazione sessuale» in corso al Johns Hopkins Hospital di Baltimora. Money era già allora uno dei ricercatori in sessuologia più rispettati al mondo. Eloquio brillante, intelligenza sofisticata, era l’ideatore della gender identity, basata sull’idea che l’identità di una persona non si fonda sui dati biologici della nascita, ma sugli influssi culturali e l’ambiente in cui cresce. Money, che guidava la pionieristica clinica per la chirurgia transessuale a Baltimora, fu ben felice di occuparsi del piccolo. Bruce era, infatti, la cavia che egli attendeva per dimostrare la bontà delle sue teorie. Un piccolo maschio senza pene, da trasformare in una bambina.
john-money-genderIl dottore, già allora, frequentava i salotti televisivi, portando argomenti a favore del «matrimonio aperto, del nudismo e di altre forme di cultura sessualmente disinibita». Definito dal New York Times un «agente provocatore della rivoluzione sessuale», si spese a favore del film porno Gola profonda e firmò editoriali sulla «nuova etica del sesso ludico». Spingeva i suoi pazienti a sperimentare ogni tipo di desiderio sessuale, ivi compresa la «pioggia dorata» (urinarsi addosso durante il rapporto), la coprofilia, le amputazioni, l’autostrangolamento. Per Money non erano perversioni, ma «parafilie». Nell’aprile del 1980 spiegò a Time che un’esperienza di pedofilia «non aveva necessariamente un influsso negativo sul bambino».
Quest’uomo, per tutto il corso della sua carriera, fu omaggiato e riverito, aggiudicandosi numerosi riconoscimenti e premi (oltre che corpose sovvenzioni). Fu lui l’ideatore della prima clinica per l’identità di genere, celebrata da tutte le maggiori e più importanti riviste americane e internazionali. I suoi studenti e protetti, racconta Colapinto, «hanno finito per occupare posizioni preminenti in alcune delle università, istituzioni di ricerca e riviste scientifiche più stimate negli Stati Uniti».
Fino all’incontro con Bruce, il campo d’azione di Money si era limitato agli ermafroditi. Il bambino rappresentava per lui un’occasione d’oro. Quando lo incontrarono, Ron e Janet – che all’epoca avevano solo 20 e 21 anni – ne rimasero affascinati. «Mi sembrava un dio», disse lei. Il medico spiegò loro che avrebbe potuto dare al bambino una vagina perfettamente funzionante, ma che necessitava della loro collaborazione affinché Bruce diventasse femmina. L’importante era che loro lo vestissero come una femminuccia, non gli tagliassero i capelli, lo facessero sentire una lei e non un lui. Così avrebbe avuto una vita felice.
Il 3 luglio 1967 Bruce fu castrato dal dottor Howard Jones, un collaboratore di Money che in seguito lo abbandonò per intraprendere una professione più remunerativa. Aprì in Virginia la prima clinica americana per la fecondazione in vitro. Fu così che Bruce diventò Brenda.
bruce-brenda-e-david-colapinto-san-paoloBRENDA. Ron e Janet, almeno per i primi anni, si buttarono a capofitto nell’impresa. Ma qualcosa non funzionava. La piccola Brenda ignorava le bambole che le venivano regalate, adorava azzuffarsi coi suoi amichetti, costruiva fortini anziché pettinarsi davanti allo specchio. In bagno, faceva la pipì in piedi.
I primi anni di scuola peggiorarono notevolmente la situazione. Brenda iniziò a diventare particolarmente violenta e fu bocciata. Nel frattempo, nel 1972, Money pubblicò il libro Man & Woman, Boy & Girl, in cui mise al corrente il mondo dello straordinario «caso dei due gemelli». Il volume descriveva l’esperimento come un «assoluto successo». Era la «prova conclusiva» che «non si nasce maschi e femmine, ma lo si diventa».
Il fatto ebbe una risonanza mondiale. Sposata dal movimento femminista, l’opera trovò il plauso sulle prime pagine di Time e delNew York Times Book Review, conferendo al suo autore l’indiscussa celebrità di un guru. Le sue tesi, si scrisse allora, avrebbero avuto sulla storia umana un’influenza paragonabile alla «teoria dell’evoluzione di Darwin».
Solo uno sconosciuto ricercatore di nome Milton Diamond osò sollevare perplessità sul caso. Fu ignorato. Al contrario, «il caso dei gemelli di Money fu decisivo perché venisse universalmente accettata non solo la teoria secondo la quale gli esseri umani sono alla nascita psicosessualmente plastici, ma anche la chirurgia di riassegnazione sessuale come trattamento per bambini con genitali ambigui o danneggiati. La metodica, un tempo principalmente limitata al Johns Hopkins, si diffuse ben presto e oggi viene eseguita praticamente in tutti i principali paesi».
La realtà, però, andava in un’altra direzione. Brenda continuava a comportarsi «come un maschiaccio», difendeva il fratello nelle zuffe, soffriva a stare con le amichette. Periodicamente, i due fratelli facevano delle visite nella clinica di Money per snervanti test psicologici. Durante queste sedute, ai due gemellini di sei anni erano mostrate immagini di sesso esplicite «per rafforzare la loro identità/ruolo di genere». I due fratelli erano anche obbligati a simulare atti sessuali tra loro. In un’occasione, il dottor Money «scattò loro una Polaroid».
man-woman-boy-girl-moneyPer Brenda quelle sedute – cui doveva sottoporsi anche da sola – erano una tortura. Nei suoi sogni si immaginava ventenne «con i baffi», ma temeva di dirlo ai suoi genitori, essendo sicura che li avrebbe delusi. Ron e Janet, infatti, frustrati dal comportamento della bambina, cercavano in tutti i modi di applicare i consigli di Money. Giravano nudi per casa, frequentavano campi nudisti, facevano pressioni sulla piccola perché assumesse atteggiamenti femminili. Tutto ciò li portò all’esaurimento: Janet tentò il suicidio, Ron iniziò a bere. Money, intanto, pubblicò un nuovo libro di successo (Sexual Signatures) in cui tornò a parlare di Brenda, che «stava attraversando felicemente l’infanzia come una vera femmina».
Brenda, in realtà, già a undici anni cominciò a nutrire istinti suicidi. Gli assistenti sociali e i dottori del suo paese capirono che qualcosa non andava, ma troppo scintillante era la fama di Money per metterla in ombra. Brenda trascorse l’infanzia passando da uno psicologo all’altro. All’età di dodici anni cominciò la cura con gli estrogeni per fare crescere il seno e, nell’ultima visita che ebbe nello studio del dottor Money, trovò un transessuale che le magnificò i vantaggi dell’operazione chirurgica per cambiare sesso. Brenda fuggì e disse ai genitori che, se l’avessero fatta tornare, «si sarebbe suicidata».
Anche lontana dal dottore, Brenda continuò ad avere una vita difficile. A scuola la chiamavano «gorilla» e alcuni giornalisti avevano iniziato a interessarsi a lei. Nel 1977 una troupe della Bbc si recò a Winnipeg per parlare con i suoi medici. Tutti confermarono la medesima impressione: Brenda non era la «ragazza felice» celebrata nei best seller di Money. Lo stesso dottore, contattato dalla Bbc, rifiutò di incontra i giornalisti, mettendoli alla porta. Il documentario, intitolato The First Question, andato in onda il 19 marzo 1980, passò sotto silenzio.
Solo pochi giorni prima, il 14 marzo, Ron aveva rivelato alla figlia la sua storia. Come annota Colapinto, Brenda «si sentì sollevata» perché finalmente capì «di non essere pazza». La prima domanda che fece al padre fu: «Qual era il mio nome?».
bruce-brenda-david-reimerDAVID. Brenda decise di tornare al suo sesso biologico. Scelse di chiamarsi David perché questo è il nome «del re uccisore di giganti della Bibbia», il bambino che combatte e sconfigge il poderoso Golia. Iniziò a fare iniezioni di testosterone, gli crebbero i primi peli sulle guance, a sedici anni si sottopose al primo intervento per la creazione del pene. Attendendo la maggiore età, visse nascosto per due anni nella cantina di casa. A diciotto anni entrò in possesso del denaro assegnatogli come risarcimento dal St. Boniface Hospital, acquistò un furgone equipaggiato coi migliori comfort, che fu battezzato secondo lo scopo che avrebbe dovuto avere: «Il carretto da scopata».
Non andò così. David non aveva capacità di erezione e la cosa circolò fra gli amici. Tentò di nuovo il suicidio, per due volte. A ventidue anni si sottopose a una nuova falloplastica e, due anni dopo, ebbe il suo primo rapporto sessuale. Ma era ancora profondamente infelice.
Colapinto racconta che nell’estate 1988 David fece «qualcosa che non avevo mai fatto prima. Finii per pregare. Dissi: “Tu sai che ho avuto una vita terribile. Non ho intenzione di lamentarmi con Te, perché tu devi avere una qualche idea del perché mi stai facendo passare tutte queste cose. Ma potrei essere un bravo marito, se me ne fosse data la possibilità”».
Due mesi dopo conobbe Jane, una ragazza madre che aveva avuto tre figli da tre uomini diversi. Si innamorarono. David vendette l’inutilizzato carretto da scopata e comprò un anello di diamanti. Il 22 settembre 1990 si sposarono.
MONEY. Milton Diamond, il ricercatore che per primo aveva contestato Money, inferse un duro colpo alla sua credibilità. Quest’ultimo, sebbene non parlasse più del caso dei due gemelli, perseguiva nel sostenere le tesi sul gender che continuarono a valergli cospicui finanziamenti, anche pubblici. Ma nel 1994, Diamond, dopo aver incontrato David, scrisse un articolo per svelare come fosse andato a finire il “caso dei due gemelli”. La tesi del testo era che, sebbene l’educazione abbia un ruolo importante nel contribuire a plasmare l’identità, essa è frutto del dato biologico assegnato dalla natura. Diamond impiegò due anni per trovare una rivista che accettasse il testo. Quando apparve, fu una bomba. David concesse alcune interviste in tv con il viso oscurato. Poi accettò la richiesta di incontrare Colapinto per la semplice ragione che lavorava per Rolling Stone e a David piaceva il rock’ n’ roll.
Per Money – «Hot Love Doctor», come lo chiamavano i giornali – iniziò il declino. Al Johns Hopkins fu nominato direttore di psichiatria Paul McHugh, un fiero cattolico che fece condurre un’indagine su cinquanta transessuali curati alla clinica per l’identità sessuale della Johns Hopkins a partire dalla sua fondazione nel 1966. Nessuno di loro ne aveva tratto giovamento. La clinica fu chiusa, la comunità transgender protestò inutilmente. Ancora nel 1997 Money ottenne un riconoscimento come «uno dei più grandi ricercatori del secolo in campo sessuale». Si spense il 7 luglio 2006 a Towson.
I REIMER. I demoni non smisero di perseguitare la famiglia Reimer. Solo Ron, dopo un periodo di difficoltà legato all’alcol, riuscì a riprendere in mano le redini della sua vita. Janet continuò a soffrire di profonde crisi depressive. Brian passò attraverso fallimenti matrimoniali, droghe, alcol. Si suicidò nel 2002. David, dopo la morte del fratello, non fu più lo stesso. L’azienda dove lavorava chiuse, bisticciò con la moglie. Il 4 maggio 2004 guidò fino a un parcheggio desolato e puntò il fucile alla testa. Aveva 38 anni.
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I Misteri inspiegabili della Tilma di Nostra Signora di Guadalupe

 Al 1666 risale anche il più antico esame scientifico dell'immagine "impressa" sulla tilma. Essa è costituita da due teli di ayate - un rozzo tessuto di fibre d'agave, usato in Messico dagli indios poveri per fabbricare abiti - cuciti insieme con filo sottile. Su di essa si vede l'immagine della Vergine, di dimensioni leggermente inferiori al naturale - la statura è di 143 centimetri - e di carnagione un po' scura, donde l'appellativo popolare messicano di Virgen Morena o Morenita, circondata dai raggi del sole e con la luna sotto i suoi piedi, secondo la figura della Donna dell'Apocalisse. I tratti del volto non sono né di tipo europeo né di tipo indio, ma piuttosto meticcio - cosa "profetica" al tempo dell'apparizione - così che oggi, dopo secoli di commistioni fra le due razze, la Vergine di Guadalupe appare tipicamente "messicana". Sotto la falce argentata della luna un angelo, le cui ali sono ornate di lunghe penne rosse, bianche e verdi, sorregge la Vergine che, sotto un manto verde-azzurro coperto di stelle dorate, indossa una tunica rosa "ricamata" di fiori in boccio dai contorni dorati e stretta sopra la vita da una cintura color viola scuro: questa cintura - il "segno di riconoscimento", presso gli Aztechi, delle donne incinte - indica che la Vergine è in procinto di donare agli uomini il Salvatore.
I risultati degli esami compiuti su questa immagine dai pittori e dagli esperti nel 1666 sono i seguenti: è assolutamente impossibile che un'immagine così nitida sia stata dipinta a olio o a tempera sull'ayate, data la completa mancanza di preparazione di fondo; che il clima del luogo in cui l'immagine è stata esposta, senza alcuna protezione, per centotrentacinque anni è tale da distruggere in un tempo più breve qualsiasi pittura, anche se dipinta su tela di buona qualità e ben prepa
rata, a differenza del rozzo ayate della tilma di Juan Diego. Gli studi scientifici sull'immagine e sull'ayate proseguono nei secoli successivi fino ai giorni nostri. 

Nel 1751 una commissione di sette pittori con a capo Miguel Cabrera è incaricata di compiere una nuova ispezione sull'ayate e i risultati di essa vengono pubblicati cinque anni dopo dallo stesso Miguel Cabrera con il titolo "Maravilla americana". 
Le conclusioni a cui giungono Miguel Cabrera e i suoi colleghi sono sostanzialmente le stesse a cui erano giunti i medici e i pittori nel 1666:l'immagine non è un dipinto, apparendo i colori come "incorporati" alla trama della tela; e non soltanto una pittura, ma lo stesso tessuto dell'ayate avrebbe dovuto disgragarsi in breve tempo nelle condizioni climatiche della radura ai piedi del Tepeyac. La scienza appare dunque chiamata a fornire risposte sempre più adeguate ai tanti interrogativi che ancora oggi circondano questa immagine cosiddetta "acheropita", vocabolo d'origine greca che vuol dire "non fatta da mani d'uomo". Sembra di ripercorrere, in questo senso, il medesimo cammino della Sindone conservata a Torino, cioé dell'immagine di Gesù "impressa" sul lenzuolo con cui fu avvolto il corpo di Nostro Signore nel sepolcro.

Quarant'anni più tardi, e cioé nel 1791, si verificò un incidente che evidenziò altre sorprese. Alcuni operai furono incaricati di pulire la cornice d'oro in cui, nel 1777, era stata racchiusa la tilma. Gli operai, per quel compito, dovevano usare una soluzione acquosa di acido nitrico al 50%. Ma mentre eseguivano il lavoro, inavvertitamente lasciarono cadere del liquido sulla tela. Stando alle leggi della chimica, quel liquido avrebbe dovuto provocare un danno irreparabile; infatti l'acido nitrico, a contatto con le proteine presenti nei tessuti di origine animale o vegetale, dà loro un caratteristico colore giallo, mentre disgrega la cellulosa che costituisce la struttura portante delle fibre vegetali. Ma in quel caso non successe niente di tutto questo. Il liquido caduto sulla tilma evaporò, lasciando un debole alone che col passare del tempo è totalmente scomparso. In quell'occasione venne osservata anche un'altra sorprendente caratteristica: sulla tilma non si trovava traccia né di polvere né di insetti vivi o morti. Il quadro della Vergine respingeva polvere e insetti. Il fenomeno, curiosissimo e inspiegabile, è stato poi osservato sempre, tutte le volte che sono state fatte delle ricerche in proposito. Ma i risultati più sconcertanti arrivarono in tempi vicini a noi.

Nel 1936 il professor Richard Kuhn, direttore della sezione di chimica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg, che due anni dopo, nel 1938, ottenne il premio  Nobel per la chimica, ebbe la possibilità di esaminare due fili, uno rosso e uno giallo, provenienti da frammenti della tilma di Juan Diego. I risultati delle analisi, condotte con le tecniche più sofisticate allora disponibili, dimostrarono che su quelle fibre non vi era traccia di coloranti di nessun tipo, né vegetali, né animali, né minerali.Lungo il corso dei secoli sono state fatte del le aggiunte pittoriche attorno all'immagine  primitiva della Vergine. Queste aggiunte si  sono screpolate e sono sbiadite, mentre l'immagine  è sempre rimasta intatta, con i colori vivi che sembrano freschi.  
Il fenomeno più sorprendente riguarda le  scoperte fatte nelle pupille della Vergine. Nel  1929, il fotografo Alfonso Marquè Gonzales,  studiando alcuni negativi dell'immagine, osservò  che nell'occhio destro della Madonna  si vedeva una figura umana. La scoperta destò  scalpore. Altri fotografi cercarono di chiarire  
il fatto. 

Nel 1951, Carlos Salinas, fotografo ufficiale della Basilica di Guadalupe, affermò di aver constatato che una figura umana si notava anche nell'occhio sinistro. A questo punto cominciarono ad interessarsene anche i medici. Uno di essi, Raffael Torija Lavoignet, ottenne il permesso di studiare l'immagine senza la protezione del cristallo. 

Tra il 1956 e il 1958, compì cinque indagini servendosi di lenti di ingrandimento e oftalmoscopi: egli confermò la presenza di immagini di figure umane negli occhi della Madonna. E' noto che nell'occhio umano si formano tre immagini riflesse degli oggetti osservati. Si chiamano immagini di Purkinje-Sanson, dai nomi dei due ricercatori che scoprirono questa caratteristica dell'occhio umano nel secolo XIX. Due di quelle immagini sono "diritte", una sulla superficie esterna della cornea, l'altra sulla superficie interna del cristallino. In teoria, tali immagini riflesse, oltre che negli   
occhi di una persona vivente possono essere viste anche in una fotografia della stessa, ma non potranno mai vedersi negli occhi di un volto umano "dipinto" su una tela. Eppure, nelle pupille dell'immagine della Vergine di Guadalupe, immagine che risale al 1531, diversi ricercatori avevano notato delle figure riflesse. Il fenomeno divenne eclatante quando cominciò ad essere studiato con i più sofisticati mezzi moderni supportati dal computer. 

Nel 1979 arrivò in Messico uno scienziato peruviano, Josè Aste Tonsman. Aveva una preparazione scientifica superlativa. A Lima, dove era nato, aveva studiato nel Collegio di San Luigi risultando sempre il primo della classe. Si era laureato poi in Ingegneria Civile all'Università Nazionale di Ingegneria del Perù, aveva conseguito una seconda laurea in Filosofia e passato all'Università Cornell, negli Stati Uniti, si era specializzato in Ingegneria dei Sistemi di ricerca attraverso il computer. Aveva lavorato poi con grandi aziende e tenuto corsi nelle più prestigiose università americane. Era insomma uno dei ricercatori moderni più qualificati. "Non conoscevo niente della Madonna di Guadalupe", ha raccontato l'Ing. Tonsmann. "Fin dal primo giorno del mio arrivo in Messico ero molto interessato a digitalizzare, tramite elaboratore, un segno rappresentativo e caratteristico della cultura di questa nazione. Non sapevo ancora quale. Pensavo al famoso calendario azteco o qualcosa di simile. In quesi giorni mi capitò tra le mani una rivista americana che parlava degli studi compiuti da Carlos Salinas sulla Madonna di Guadalupe e vi si descrivevano dettagli della ricerca sull'occhio destro dell'immagine. La notizia destò il mio interesse e la mia curiosità. Mi parve che fosse un campo di investigazione interessante. Mi misi in contatto con i responsabili del santuario e cominciai le mie ricerche". Il lavoro compiuto da Josè Aste in questi 23 anni è stupefacente. Servendosi di strumenti  elettronici d'avanguardia, di quelli, per intenderci, adoperati anche alla NASA per decifrare le foto inviate dai satelliti dello spazio, ha studiato a fondo in tutti i loro aspetti gli occhi dell'immagine della Madonna di Guadalupe. E' riuscito a ottenere ingrandimenti fino a 2.500 volte le dimensioni originarie, con 25.000 punti luminosi su un millimetro quadrato. Gli occhi della Vergine di Guadalupe, studiati in questo modo, rivelarono la presenza non di una sola immagine, ma di un'intera e complessa scena, di cui fanno parte numerose persone. Vi si distinguono nettamente un indio seduto, nudo, con la gamba sinistra appoggiata al suolo e quella destra piegata sopra l'altra, con i capelli lunghi, legati all'altezza delle orecchie, orecchino e anello al  dito. Accanto a lui, un uomo anziano, con la calvizie notevolmente avanzata, la barba bianca, il naso dritto, le sopracciglia sporgenti, e si vede che una lacrima gli scende lungo la guancia destra: in questo personaggio è stato identificato il Vescovo Juan de Zumàrraga. Alla sua sinistra, un uomo abbastanza giovane, e si suppone che si tratti di Juan Gonzales, che fungeva da interprete per il Vescovo de Zumàrraga. Più avanti appare il profilo di un uomo in età matura, con barba e baffi aderenti alle guance, naso grande e marcatamente aquilino, zigomi sporgenti, occhi incavati e labbra socchiuse, che sembra indossare un cappuccio a punta: è un indio mentre sta per aprire il proprio mantello. Egli è rivolto in direzione dell'anziano calvo. Dalla descrizione di queste immagini si capisce che la scena è quella avvenuta quando Juan Diego portò le rose al Vescovo. La Madonna era presente, i suoi occhi "fotografarono" la scena e la sua immagine che in quel momento si impresse sul mantello dell'indio, la conservò per sempre. Nella descrizione dei vari personaggi osservati negli occhi della Madonna, l'ingegnere Josè Aste ha individuato anche una giovane negra. Questo particolare mise in allarme gli studiosi in quanto al tempo dell'apparizione in Messico non c'erano negri. Ma successive ricerche hanno chiaritoil piccolo giallo. Dal testamento del Vescovo Juan de Zumàrraga  
si è appreso che egli aveva al suo servizio una schiava negra, alla quale prima di morire volle concedere la libertà per i preziosi servizi. Accanto a questi personaggi "storici" che si trovano perfettamente descritti anche nelle cronache del tempo in cui si verificò il prodigio, Josè Aste ha individuato anche una seconda scena, staccata dalla prima, quasi in secondo piano, con un gruppo di persone anonime, che potrebbero rappresentare una famiglia azteca composta da padre, madre, nonni e tre bambini. Gli occhi, se vi viene indirizzata una luce diretta, acquistano una straordinaria profondità, come se si trattasse di una persona viva. Come può un occhio dipinto registrare queste figure esistenti nell'immagine della Vergine? Non solo doveva essere vivo all'epoca ma continua ad essere vivo, poiché l'occhio di un'immagine fotografata o dipinta non produce e non riflette niente. Quindi deve essere per forza vivo se continua a mostrare le immagini.

Ultimi studi effettuati...    

Sono stati presentati a Roma, presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, i risultati di uno studio sugli occhi della Madonna di Guadalupe, Patrona delle Americhe, la cui immagine rimase miracolosamente impressa sul mantello dei beato Juan Diego, l'indio testimone dell'apparizione della Vergine nel 1531, sulla collina di Tepeyac, presso Città del Messico. Questa immagine, che non può essere stata dipinta da mano umana, suscita devozione nei fedeli di ogni parte dei mondo e pone interrogativi alla scienza, come già accade con la Sacra Sindone.
Lo studio è stato realizzato, con le più moderne tecniche digitali e con l'utilizzo di funzioni matematiche, dall'ingegnere peruviano José Aste Tonsmann, ricercatore del Centro de Estudios Guadalupanos (Messico). Attraverso le elaborazioni dei computer e dopo venti anni di lavoro e ricerche, Tonsmann è riuscito ad evidenziare la presenza di una serie di figure umane in entrambi gli occhi della Vergine. Sembra quasi una "foto", "un'istantanea" scattata ai testimoni del miracolo, ai momento dell'apparizione dell'immagine della Madonna sui mantello dell'indio Juan Diego. Le persone appaiono, con diverse proporzioni, sia nell'occhio destro che nell'occhio sinistro della Vergine, proprio come si presenterebbero negli occhi di un essere umano, seguendo le leggi fisiche scoperte dagli scienziati Purkinje e Samson nel 1860. Nonostante siano microscopiche, le immagini risultano dettagliate. Inoltre, molti dei personaggi scoperti hanno riferimenti storici. La tecnica digitale ha permesso di ingrandire, filtrare e migliorare le tredici immagini di persone contenute negli occhi della Vergine, che non hanno più di otto millimetri di diametro e che sono state mostrate al pubblico da José Aste Tonsmann, nel corso della conferenza all'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. I personaggi scoperti appartengono a due scene distinte. Nella prima scena sono raffigurate le persone che la Madonna vede poco prima che la sua immagine rimanga impressa sui mantello  di Juan Diego. Sono: il Vescovo Juan de Zumarraga, il suo servo indio e la sua schiava di colore, il traduttore Juan Gonzalez, un dignitario spagnolo e lo stesso Juan Diego mentre lascia cadere dal suo mantello le rose di Castilla che la Madonna gli aveva chiesto di presentare al Vescovo come prova della veridicità della sua apparizione. Le rose, però, non compaiono negli occhi della Vergine e Tonsmann suggerisce che potrebbero essersi trasformate nei personaggi protagonisti della seconda scena, che rappresenta una famiglia azteca composta da padre, madre, nonni e tre bambini. Le scoperte di Tonsmann sono rafforzate dalle parole con le quali la Madonna si era rivolta a  Juan Diego, durante l'apparizione, per sollecitare la costruzione di una chiesa: "Per realizzare ciò che vuole il mio sguardo compassionevole  
e misericordioso". Gli occhi della Vergine, dunque, sono al centro di questo miracolo.  
Ma che cosa ci vuole dire la Vergine attraverso queste immagini? Quale messaggio vuole comunicare attraverso il suo "sguardo misericordioso"? Tonsmann sostiene che la Madonna ha voluto dare all'umanità tre importanti messaggi che sono validi oggi come al tempo delle sua apparizione: il primo è l'importanza dell'unione della famiglia (soggetto della seconda scena) e dei suoi valori; il secondo è un monito antirazzista, in quanto nello sguardo della Madonna sono presenti uomini e donne di diverse razze; il terzo è un invito a servirsi della tecnologia per diffondere la parola di Cristo, perché il mantello di Juan Diego era più uno strumento di lavoro che un indumento vero e proprio. Gli Aztechi, infatti, non conoscevano l'uso della ruota ed utilizzavano il mantello come mezzo di trasporto di pietre e sementi. 

La storia di Juan Diego, protagonista del miracolo

Cuauhtlatatzin, nato a Chuauhtitlàn, piccolo villaggio pochi chilometri a nord di Tenochtitlàn (l'odierna Citta del Messico) nel 1474, è  un macehual, un uomo del popolo, piccolo coltivatore diretto in un modesto villaggio: poco più di niente, nella società azteca complessa e fortemente gerarchizzata. Nel 1524, all'età di cinquant'anni, viene battezzato  con il nome di Juan Diego, insieme con la moglie Malintzin, che prende a sua volta il nome di Marìa Lucìa. Rimasto vedovo quattro anni più tardi, divide il suo tempo fra il lavoro dei campi e le pratiche della religione cristiana, fra cui l'ascolto della catechesi impartita agli indigeni neoconvertiti dai missionari spagnoli a Tlatelolco, un sobborgo di Città del Messico. Quindi la sua vita è apparentemente la stessa di tanti altri suoi conterranei quando, all'alba del 9 dicembre 1531, avviene l'incontro che cambierà totalmente la sua vita e che lascerà sul suo mantello, o tilma, un segno visibile della benedizione data da Dio all'opera - allora appena iniziata - dell'evangelizzazione dei popoli del Nuovo Mondo. 

Fonte :http://lucedidio.over-blog.it 

venerdì 10 giugno 2016

Quell'inutile scarpa rossa per combattere la violenza sulle donne.

Tv giornali e social network ci assillano con inviti insulsi quanto ipocriti ad esporre scarpe rosse per sconfiggere la violenza sulle donne, ma siamo certi che sia una cosa utile??
Pastelli colorati per combattere la paura dopo gli attentati a Bruxelles, fiaccolate contro gli attentati di Parigi, minuti di silenzio nei vari parlamenti e scarpe rosse contro il Femminicidio.
Questo logorante laicismo strisciante ci ha portati al nichilismo peggiore di tutti i secoli, ci ha resi tutti automi in grado di eseguire gli stupidi imput che arrivano dall'alto e noi tutti obbedienti eseguiamo come bravi soldatini telecomandati.
Persino i preti ormai secolarizzati e privi di buon senso si sono pedissequamente adeguati, così capita che a seguito di attentati e omicidi efferati si organizzino minuti di silenzio pieni del vuoto più assoluto del nostro niente e fiaccolate ridicole che al di la della teatralità, lasciano solo il tempo che trovano e non portano a nulla. Forse i preti invece di seguire come pecorelle sciocche i soliti fiaccolatori, bene farebbero in certi casi ad invitare i fedeli ad una Celebrazione Eucaristica con eventuale Adorazione del Santissimo per tutta la notte, certo atei e non praticanti non parteciperebbero e continuerebbero coni loro ma almeno i fedeli qualcosa di buono potrebbero fare per le proprie anime e per le anime delle vittime e magari per la conversione dei carnefici, ma purtroppo molti consacrati oggi hanno smesso di essere SALE E LUCE della terra, dimentichi delle nozioni di teologia e apologetica che ancora dovrebbero studiare in seminario, ma a quanto pare ormai in molti seminari insegnano il nichilismo applicato e questo viene messo in pratica molto bene dai nostri sacerdoti modaioli, pacifisti, ecologisti e filo islamici perchè fa trendy. Grazie a Dio come molti di voi conosco anche io sacerdoti seri e consapevoli che non si assoggettano al laicismo strisciante e non accettano di mettersi nel gregge di chi in silenzio vaga in gruppo con uno stupido moccolo in mano, questi si che si danno da fare nel silenzio, senza riflettori accesi e pregano e invitano a pregare per le vittime di attentati o di qualche pazzo omicida, sia la vittima un uomo o una donna, senza distinzione di sesso, perchè per le persone di buon senso la vita di un uomo o di una donna valgono in egual misura.
Ma torniamo allo sfoggio inutile delle scarpette rosse contro la violenza sulle donne e il "femminicidio", termine stupido quanto assurdo, un termine che ormai ci hanno appioppato con grande battage quotidiano per chiedere una legge speciale per chi uccide una donna e noi abbiamo abboccato come tanti allocconi.
Pensiamoci bene. Esiste o no nel Codice Penale qualche legge contro l'omicidio o nessuno ha mai promulgato una legge in 70 anni di repubblica? Esiste eccome se esiste! Tutti noi lo sappiamo bene, il vero problema non è la mancanza di leggi ma il vero e proprio menefreghismo di chi la legge la dovrebbe applicare, ovvero i giudici che ormai nulla hanno più a che fare con il loro illustrissimo collega Re Salomone di biblica memoria, ormai i nostri giudici sono diventati bravissimi ad "interpretare" le leggi "secondo me" e secondo il caso e in molti casi hanno provveduto con solerzia a rimuovere i Crocifissi dai Tribunali mettendosi di fatto al posto di Dio, lasciando così molto spesso in libertà omicidi, violentatori, torturatori, non solo di donne ma del popolo italiano, quasi colpevolizzando "l'incauta" vittima per essere stata "nel posto sbagliato, al momento sbagliato", magari anche chiedendo scusa lautamente, i casi di cronaca sono tanti non ho bisogno di elencarli ora.
Il vero intento di coloro che ci vogliono appioppare l'ennesima inutile legge contro il feminicidio è semplicemente quello di imporci a breve, dopo il femminicidio, l'omicidio dei gay, non so ancora come lo chiameranno "Gaycidio", "Omosexcidio", per ora non ci è dato da sapere ma sono certa che quelle menti "eccelse" riusciranno con la la fantasia che li distingue a coniare un nuovo vocabolo da proporre all'Accademia della Crusca come il famoso termine "petaloso" che per quindici giorni ci hanno propinato allo sfinimento, tanto da indurre chi scrive ad avere una netta idiosincrasia verso quel termine idiota che ormai nessuno più ricorda. Deo gratias!!  Misteri del nulla assoluto dei nostri tempi! Poi ci raccontano che il Medioevo era triste e tenebroso! Io vorrei tanto vedere un lumicino in certe menti odierne.
Oggi tutti noi siamo schiavi del nulla assoluto, del voglio tutto e subito e ci illudiamo come bambini cretini di risolvere i problemi con pastelli colorati, fiaccole, fiaccolate ed esposizione di scarpe rosse, in questo caso noi donne siamo le prime ad abboccare e il tam tam sui social network si fa pressante grazie alle nostre manine sulle tastiere di pc e cellulari, invitando le nostre amiche ad esporre la fatidica e "miracolosa" scarpetta rossa.
Care donne, permettetemi da donna di prendere le distanze da queste iniziative sciocche e inutili, permettetemi di invitarvi ad una riflessione seria. Facciamo chiarezza e vediamo in faccia il vero problema.
Isabella, Sara, Roberta e tutte le altre donne che sono morte per mano dei loro mariti, fidanzati, ex fidanzati, compagni ed ex compagni sono vittime dei vizi e della mancanza di educazione ai valori della vita da parte di tante mamme pure loro donne come noi che non hanno saputo insegnare ai loro figli la differenza tra un cellulare e una persona, li abbiamo abituati alla cultura dell'usa e getta, dell'individualismo, alla "deificazione" di sè stessi e al despotismo assoluto "VOGLIO, POSSO, COMANDO" e se qualcosa non va come vogliono i nostri pargoletti, basta che comincino a pestare i piedi e tutto è loro concesso. Come dicevano i nostri saggi nonni:; "la pianta si raddrizza quando è giovane", i nostri bambini oggi ottengono tutto o quasi e se in genitori non sono in grado di procurare loro ciò che vogliono ormai sappiamo che a 13 anni riescono in qualche modo ad arrangiarsi per avere ciò che vogliono, già a quell'età il sesso diventa un gesto meccanico, senza rispetto per il partner, alcuni ragazzi in qualche intervista hanno ammesso di avere rapporti occasionali già dai 12 o 13 anni con compagni di classe nel corso di qualche festino e con nonchalanche ammettono che il giorno dopo si salutano come nulla fosse accaduto, questo ci dice che ormai non c'è più rispetto delle persone, non si da valore a nessuno e neppure agli amici, tutto scade, tutto li stanca nel giro di un nano secondo e la vita altrui non ha più un senso se non l'uso che di quella persona si possa fare. In questo modo siamo riusciti ad allevare tanti "bravi ragazzi" che all'improvviso se la donna, oggetto del loro desiderio, che loro considerano ormai come un  Tamagotchi e che all'improvviso si ribella ad un ruolo di sottomissione e chiede più autonomia e il "bambino" malcresciuto impazzisce, non comprende più come si permetta quella "cosa" di ribellarsi, di rifiutarlo e poichè questi "bravi ragazzi" non sono capaci di stabilire un rapporto umano, di intavolare un discorso costruttivo, di elaborare un rifiuto, sentendosi ormai degli dei a cui nulla deve essere negato impazziscono e sempre più spesso ci scappa la morta. A volte il morto, vedi il caso di Roma dove in un'orgia fra gay è scappato il morto e di cui nessuno più ci parla per non pestare i piedini alle loobby gay.
Care amiche mie, non sarà certo con le scarpette rosse che risolveremo il problema, se vogliamo fare qualcosa di serio dovremmo imparare ritornare semplicemente ad educare i nostri figli, per garantire loro la capacità di confrontarsi con le scofitte e con i dolori che una volta lontani dall'ala protettrice materna saranno inevitabili.
Ecco perchè non metterò l'inutile scarpetta rossa nella mia home facebook, su twitter o fuori dalla finestra, serve impegno educativo e qualche mea culpa di chi ha educato tanti giovanotti odierni privi di spina dorsale e valori morali, incapaci di perdere e di conseguenza incapaci di vincere.
La Nazarena 

giovedì 9 giugno 2016

Costantino Magno, spartiacque della storia di Roma e della Chiesa

Costantino può essere considerato il più grande – insieme ad Augusto e Traiano – degli Imperatori romani e al contempo il primo imperatore fattosi pubblicamente cristiano. E, non dimentichiamo, figlio di una madre che la Chiesa Cattolica ha elevato all’onore degli altari.
Flavio Valerio Aurelio Costantino nasce in Illirico, a Naissus (oggi Niš), nella provincia della Moesia superiore, il 27 febbraio 272 o 273 (ma non v’è certezza a riguardo). È figlio primogenito di Flavio Valerio Costanzo (noto poi come Costanzo Cloro), ufficiale della guardia imperiale, che in quegli anni sta percorrendo una brillante carriera al servizio degli imperatori-soldati. Sono parenti di Claudio II il Gotico, imperatore dal 268 al 270.

La Tetrarchia

Se si vogliono comprendere non solo la carriera e la vita di Costantino, ma anche la sua personalità e il significato e le cause delle sue scelte, non si può prescindere dal contesto politico e militare in cui crebbe, che fu quello del sistema tetrarchico costituito da Diocleziano. Questi, imperatore dal 284 al 305, suddivise in due grandi parti l’amministrazione dell’Impero, con a capo due Augusti: in Oriente Diocleziano stesso, cui spettava la supremazia assoluta, in Occidente Massimiano; ognuno di loro poi nominava un Cesare: Diocleziano scelse Galerio, Massimiano scelse il 1° marzo 293 proprio Costanzo Cloro, cui venne affidato il governo delle Gallie e della Britannia. Questi, ricevuta la prestigiosissima nomina, inviò Costantino in Oriente a militare sia agli ordini di Galerio che a quelli dell’Augusto supremo, ciò che diede al giovane occasione di imparare l’arte militare e politica. Costantino si distinse subito per valore in varie spedizioni contro i barbari che premevano sul limes, divenendo in tal maniera ben noto fra i soldati anche per i meriti personali.
Ormai figlio del Cesare d’Occidente, Costantino si sente un sicuro candidato per l’ascesa a una delle quattro cariche supreme. Si fidanza così con Fausta, figlia dell’Augusto d’Occidente Massimiano, lasciando la compagna Minervina, dalla quale aveva avuto il figlio Crispo.

Costantino diventa Augusto d’Occidente

Gli anni 305-306 segnano la svolta della sua vita. Nel 305 Diocleziano decide di abdicare e costringe il recalcitrante Massimiano a fare altrettanto. Automaticamente, secondo il meccanismo voluto appunto da Diocleziano, Galerio diviene Augusto d’Oriente, Costanzo Cloro Augusto d’Occidente. Entrambi dovevano nominare i rispettivi Cesari. Galerio nomina un suo parente, Massimino Daia. Costanzo nomina a sorpresa un valido soldato, ma fin’allora sconosciuto, Severo, che gli fu in pratica imposto da Diocleziano. Sono così esclusi sia il figlio di Massimiano, Massenzio, che per altro è anche genero di Galerio, che Costantino.
Visto il nuovo scenario, Costantino fugge dall’Oriente per raggiungere il padre. Si trattò di una vera e propria fuga, che riuscì. Giunto in Gallia, incontra il padre, e lo segue in Britannia, dove si mette in mostra – questa volta in Occidente – per la sua grande abilità militare, contribuendo decisamente alle vittorie contro le tribù dei Pitti. In breve, Costanzo si ammala, e Costantino di fatto prende il comando delle operazioni, facendosi ammirare da tutto l’esercito.
Nel 306 Costanzo Cloro muore. L’esercito d’Occidente non ha dubbi: il figlio è degno di succedergli. Costantino viene così acclamato Augusto d’Occidente dall’esercito stesso, come avveniva usualmente prima di Diocleziano. A questo punto, di fatto Costantino è un usurpatore. Egli lo sa, ma non torna sui suoi passi. Così, il 25 luglio 306 rimane, per sempre, il suo dies Imperii. Quel giorno segna il confine della sua vita: ora non può più tornare indietro e dovrà affrontare, uno dopo l’altro, tutti i suoi avversari, d’Oriente e d’Occidente.
A questo punto, negli anni seguenti, inizia una intricatissima vicenda di scontri e guerre civili fra Augusti e Cesari. Non è possibile descrivere il susseguirsi degli avvenimenti. Uno dopo l’altro, Augusti e Cesari, legittimi e usurpatori, muoiono o si eliminano a vicenda, segnando di fatto lo sfacelo del sistema tetrarchico.
Costantino, dal canto suo, cerca di agire con moderazione e di rimanerne fuori per quanto possibile, al punto tale che alla fine venne anche riconosciuto ufficialmente Cesare, rientrando così nella legalità. Inoltre, riporta importanti vittorie contro i Franchi.

“In hoc signo vinces”: Cristo entra nella sua vita e gli concede il trionfo

L’anno-chiave per la risoluzione delle guerre civili fu il 312. In questo anno, la situazione è ormai la seguente: in Oriente si contendono il titolo di Augusto Licinio e Massimino Daia. Alla fine, vincerà Licinio, che rimarrà unico Augusto. In Occidente, dopo varie vicende, la partita si gioca fra Costantino e Massenzio, e si gioca in Italia: Massenzio infatti è a Roma (e ha dalla sua parte l’aristocrazia senatoria ancora decisamente pagana, ciò che lo spinge, per ingraziarsela, a perseguitare i cristiani) e Costantino scende con il suo esercito nella Penisola. Dopo aver vinto due battaglie a Torino e a Verona, converge verso Roma tramite la via Flaminia e si accampa in località Malborghetto vicino a Prima Porta, sulla riva destra del fiume Tevere a poca distanza dal ponte Milvio, che si trovava alle spalle delle truppe di Massenzio. L’esercito di questo assommava a 190.000 uomini circa, quello costantiniano a 100.000 al massimo.
Come a tutti noto, Costantino sostenne di avere avuto, la sera del 27 ottobre, mentre le truppe si preparavano alla battaglia, una visione, i cui dettagli differiscono però tra le fonti.
Eusebio riporta due versioni dell’accaduto. La prima, contenuta nella Storia ecclesiastica, afferma esplicitamente che il Dio cristiano abbia aiutato Costantino, ma non menziona nessuna visione. Nella Vita di Costantino, scritta anni dopo in base al diretto racconto dell’Imperatore, Eusebio dà invece una dettagliata descrizione della visione; secondo questa versione, Costantino stava marciando col suo esercito quando, alzando lo sguardo verso il sole, vide una croce di luce e sotto di essa la frase greca “Εν Τουτω Νικα” reso in latino come “In hoc signo vinces”, “Con questo segno vincerai”. Dapprima insicuro del significato della visione, Costantino ebbe nella notte un sogno nel quale Cristo gli spiegò di usare il segno della croce contro i suoi nemici. Costantino inoltre avrebbe fatto precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del “Chi-rho”, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ – “Christos”) sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati sconfissero il nemico.
Lattanzio afferma invece che la visione ordinò a Costantino di apporre un segno sugli scudi dei propri soldati, un segno “riferito a Cristo”. Lattanzio descrive il segno come uno staurogramma, una croce latinacon la parte superiore cerchiata come una P.
La mattina seguente ha luogo la battaglia decisiva dei destini di Costantino, dell’Impero Romano e della Chiesa, quindi della storia dell’intera Cristianità.
Nonostante la netta superiortà militare, Massenzio, che peraltro aveva commesso l’inspiegabile errore di schierare l’esercito con alle spalle il Tevere (togliendosi quindi la possibilità di fuga in caso di disfatta), fu travolto (lui stesso morì annegato), il suo esercito distrutto, Roma in ginocchio dinanzi al nuovo Augusto d’Occidente, che ebbe la saggezza di non infierire contro la città e la classe senatoria.
Costantino, al seguito della croce cristiana, aveva trionfato. Ora la storia cambierà per sempre il suo corso.

L’Editto di Milano 

Costantino, trionfatore, diede appuntamento alla primavera successiva a Milano a Licinio, il vincitore d’Oriente, per organizzare il matrimonio fra lui e sua sorella Costanza nel febbraio 313.
L’incontro fu l’occasione per ribadire un editto di tolleranza religiosa verso il Cristianesimo come verso ogni religione: queste sono le parole iniziali:
«Quando noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente ci incontrammo nei pressi di Milano, e discutemmo di tutto ciò che attiene al bene pubblico e alla pubblica sicurezza, questo era quanto ci sembrava di maggior giovamento alla popolazione, soprattutto che si dovesse regolare le cose concernenti il culto della divinità, e di concedere anche ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita, affinché qualsivoglia sia la divinità celeste possa essere benevola e propizia nei nostri confronti e in quelli di tutti i nostri sudditi. Ritenemmo pertanto con questa salutare decisione e corretto giudizio, che non si debba vietare a chicchessia la libera facoltà di aderire, vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ciascuno reputi la più adatta a se stesso».
L’Editto stabiliva inoltre esplicitamente che i luoghi di incontro e ogni altra proprietà confiscati ai cristiani e incamerati dall’erario dovessero «essere restituite ai cristiani senza richiesta di pagamento o compenso alcuno e senza alcun tipo di frode o imbroglio».
Di fatto esso concedeva al cristianesimo uno status giuridico equivalente alla religione tradizionale romana e agli altri culti religiosi professati nei territori dell’Impero. Questo riconoscimento ebbe ripercussioni più importanti per la Chiesa romana, rispetto alle altre chiese locali, perché in questo modo essa si integrava nel diritto pubblico romano, anche grazie al fatto di possedere una notevole organizzazione interna. Le leggi imperiali permisero agli ecclesiastici della Chiesa romana di godere di molti privilegi speciali, che andavano dall’esenzione dei gravami pubblici – in particolare tasse – all’esenzione dalla giurisdizione dei tribunali imperiali per tutto quello che concerneva la fede, i dogmi ecclesiastici e la disciplina. Anche casi puramente civili dovevano essere trasferiti dal tribunale imperiale all’arbitrato episcopale, se una delle parti contendenti lo avesse richiesto.
Da questo momento (primavera del 313), i cristiani erano per la prima volta a tutti gli effetti liberi di professare il loro culto.

Imperatore dell’intero Impero Romano

Negli anni seguenti, con la scusa di dover affrontare i barbari sullimes orientale, Costantino si porta con l’esercito sempre più vicino a Licinio, il quale comprende bene le sue reali intenzioni. Licinio, peraltro, commette l’errore di iniziare nuovamente a perseguitare i cristiani, il che volle dire offrire il destro a Costantino per lo scontro finale. Con una serie di battaglie, sia campali che marine, di cui la decisiva fu quella di Crisopoli nel 324, Costantino trionfa anche su Licinio, che sarà giustiziato. A questo punto, egli ha ottenuto il sogno di tutta la vita: è Imperatore dell’intero Impero Romano, e rimarrà Augusto unico fino alla morte, nel 337.
Gli anni successivi al trionfo definitivo saranno segnati da continue vittorie militari contro i barbari: vittorie contro i goti, contro i sarmati a più riprese, che lo portano perfino in Dacia, cioè agli estremi confini dell’impero di Traiano, quello della massima estensione geografica mai raggiunta da Roma. Prima della morte, prepara anche la spedizione contro la Persia, che non poté però avere luogo a causa appunto della morte incipiente: era chiaro, insomma, che Costantino, dopo aver realizzato il sogno di rimanere unico imperatore, voleva realizzare anche quello supremo di superare Traiano nell’espansione territoriale. La morte glielo impedì.

La “seconda Roma”

Ma non gli impedì di realizzare un altro progetto, unico nel suo genere: quello di essere fondatore di una “seconda Roma”. Fin dai tempi di Licinio, egli vi pensava, e dopo il trionfo lo realizzò, scegliendo Bisanzio e i Dardanelli come luogo deputato alla seconda città del mondo, seconda per bellezza, ma nella sue intenzioni ormai prima per potere e importanza. Non era solo questione di comodità geografica: infatti, ogni pericolo per l’Impero veniva da Oriente, non certo da Occidente, ove v’era l’Oceano. Il vero problema è che Costantino mai si fidò realmente di Roma, dell’aristocrazia romana, ancora legata al paganesimo. Egli, sempre più cristiano nel cuore, volle creare una capitale che fosse nuova anche dal punto di vista religioso, quasi incontaminata (sebbene qualche cerimonia pagana venisse celebrata), vicina a quel medio Oriente ove il Cristianesimo era nato e si era propagato.
Costantinopoli fu la seconda Roma, la città del primo Imperatore cristiano. Qui Costantino scelse di lasciare i suoi resti mortali, nella Basilica, scelta non casuale, dei Santi Apostoli, “quasi come il 13° apostolo”. La sua mente, il suo cuore, erano lì, e lì, non a Roma, volle che i suoi resti mortali rimanessero per sempre. 

L’uomo e la sua conversione

Costantino fu uomo appassionato e temerario, coraggioso in battaglia e abilissimo politico, mistico e smisuratamente ambizioso. Tutte prerogative che non cozzano affatto con quanto vari storici hanno sottolineato: e cioè che la sua strepitosa e inarrestabile carriera si fonda su una visione “carismatica” del suo potere e del suo ruolo, visione che per se stessa si scontrava con quella prettamente “militaresco-adottiva” di Diocleziano.
Cosa intendiamo per carismatica? Anzitutto ad esempio il fatto che Costantino ci tiene fin dal 306 – l’anno del suo dies Imperii – a rendere noto che egli discende da Claudio II il Gotico, oltre che da suo padre, ovviamente: insomma, il trono gli spetta per diritto ereditario, e questo implicava come conseguenza il superamento dell’impostazione “funzionalistica” dioclezianea. Non per niente, un suo panegirista, in occasione dei festeggiamenti dei quinquennualiadel suo impero nel 310, scrive: «Imperium nascendo meruisti». Era un chiaro ritorno al concetto dinastico, di per sé contrario a quello adottivo.
Inoltre, nella sua guerra contro Massenzio e poi contro Licinio per la conquista del potere assoluto dell’Impero, egli definisce i suoi rivali “tyranni”: ciò è significativo, sia politicamente perché stava a significare che egli solo era l’eletto per diritto di nascita, sia religiosamente, per il loro appoggio al paganesimo e quindi all’errore.
A questo proposito occorre dire che la famosa visione che nel 310 ebbe del Sol Invictus/Apollo, non deve far pensare a un’adesione al politeismo, quanto piuttosto, come è stato notato da vari storici, all’enoteismo, ossia a una sorta di culto monoteistico che però ancora non rinnega di fatto il politeismo, sebbene non venga più reso onore pubblico agli dei. Insomma, alla vigilia della grande visione della Croce, Costantino è già nel suo animo in cammino verso la conversione: è di fatto ormai un monoteista, sebbene ancora non cristiano.
Ciò è provato del resto dal fatto che egli, anche ai tempi in cui era presente alla corte di Diocleziano, non aveva mai aderito in alcun modo al massacro dei cristiani, e questo senza dubbio anche a causa sia dell’educazione materna (come si può escludere questo aspetto di per sé tanto naturale, visti oltretutto gli onori che poi egli concederà alla madre in futuro?) sia del fatto che, come testimoniano Eusebio e Lattanzio, anche dal padre gli fu ordinato di non toccare i cristiani.
In effetti, ha ragione Lattanzio quando afferma che in lui ritroviamo i tre gradi della conversione: 1) riconoscere la false religioni e respingere i culti empi; 2) scoprire che non c’è che un solo Dio; 3) acquistare consapevolezza e fede che questo Dio è quello della madre e dei cristiani.
La religione fu sempre al centro dei suoi interessi, e non solo politici. Egli si sentiva un “eletto dalla divinità” prima del 312, un “eletto di Dio” dopo quella data. Certamente l’inizio di una conversione reale al Cristianesimo deve essere datato a partire dagli eventi del 312. L’estensione dell’Editto di Tolleranza per tutte le religioni (in concreto per i cristiani, unici perseguitati nell’Impero Romano) fu frutto di un precedente evento sovrannaturale, ma questo evento agì su un’anima già pronta da tempo al grande cambiamento interiore. Infatti l’Editto di Milano non rimase atto isolato, ma fu solo il primo di una lunga serie di provvedimenti di natura ormai “cristiana”.

La politica filocristiana

Nello stesso anno 313 una legge di Costantino salvaguarda i sacerdoti della Chiesa Cattolica dalle ingiurie degli eretici e nel 315 un’altra legge minaccia di gravi pene gli ebrei che avessero perseguitato i loro correligionari che si fossero convertiti ad Dei cultum. Poi promulga due leggi nel 319: l’una concede immunità ai sacerdoti cristiani, l’altra proibisce l’aruspicina privata. Ugualmente vengono proibiti i sacrifici privati con una legge del 320. Nel 321, prima permise di far testamento a favore delle chiese cattoliche, poi dichiarò la domenica giorno festivo a tutti gli effetti e nel 323 minacciò di gravi pene chi avesse obbligato i cristiani a celebrare cerimonie pagane.
Influssi cristiani si notano anche nei seguenti provvedimenti legislativi: punizione per il padrone che uccide il proprio schiavo o che separa la famiglia dello schiavo, divieto dei giochi gladiatori, punizione dell’adulterio e di ogni forma di concubinato. Da notarsi che venne permessa la legittimazione dei figli nati dalla libera unione di celibi con donne non maritate.
Inoltre, come dimenticare la prima monetazione cristiana e, soprattutto, la costruzione delle prime grandi basiliche della Cristianità? San Pietro, San Giovanni e il Laterano, San Sebastiano, Sant’Agnese, San Lorenzo al Verano e i Santi Marcellino e Pietro a Roma, la Basilica di Treviri, il Santo Sepolcro a Gerusalemme, la Natività a Betlemme e Santi Apostoli a Costantinopoli.
Ma, soprattutto, il suo costante aiuto alla Chiesa Cattolica contro le eresie. Nel 314 interviene per dirimere l’aspro scontro fra cattolici e donatisti in Africa; nel 325 dirige personalmente il Concilio di Nicea, contribuendo, mosso dal suo usuale spirito di conciliazione, alla formulazione della parola homoousios, “della stessa sostanza”, presente per sempre nel Credo della Chiesa Cattolica. Ed è superfluo ricordare l’appoggio totale dato alla madre nel suo viaggio in Terra Santa e nel rinvenimento delle principali reliquie della Cristianità.
Da  notare anche un particolare, che può sembrare secondario, ma che non lo è: nel 326, sceglie di festeggiare i vicennalia del suo regno con i vescovi a Nicomedia. Era la prima volta che un imperatore non festeggiava la decade del proprio impero con il popolo di Roma o con i suoi soldati. Costantino sceglie i vescovi, quasi a presentarsi come uno di loro, con supremazia non spirituale ma politica. Era un chiaro avviso della sua ormai definitiva adesione al mondo cristiano.
Inoltre, Costantino condannò duramente anche le dottrine degli eretici (Novaziani, Valentiniani, Marcioniti, Paulianisti e Catafrigi) e proibì loro il diritto di riunione, ordinando il sequestro di tutti gli edifici in cui si riunivano e consegnando i loro luoghi di preghiera alla Chiesa Cattolica.
È evidente che questo uomo subì una reale conversione interiore, progressiva nel tempo, che si concluse con il battesimo prima della morte. Ha scritto a riguardo lo storico Eberhard Horst: «Per l’evoluzione personale di Costantino, il battesimo fu l’ultima e credibile conseguenza, l’atto conclusivo di un processo il cui svolgimento è dimostrabile e riconoscibile anche senza i panegirici di Eusebio: nella politica religiosa che seguì a partire dal 312, nei documenti scritti, nelle monete che Costantino fece coniare, nelle chiese che fece costruire, nell’educazione cristiana dei figli (…). A ragione è stato scritto che “il battesimo di Costantino non segna l’inizio, ma la fine della conversione”».
Il fatto che si fece battezzare in fin di vita e da un vescovo ariano non deve meravigliare più di tanto: anzitutto, a quei tempi si era soliti battezzarsi prima della morte, per avere cancellati tutti i peccati di una vita intera; poi, occorre tener presente che gli ariani erano ancora potenti a corte, anche nella stessa famiglia imperiale; quindi occorre non dimenticare il fatto che Costantino non fu mai una mens theologica, e le questioni divisive fra cattolici e ariani erano per lui in fondo “sottigliezze” fra fratelli di fede: il suo interesse era il mantenimento della pace, della concordia e dell’unità; per questo egli ebbe sempre un atteggiamento di tolleranza verso gli ariani, così come anche verso i pagani (che, per altro, non dimentichiamolo, costituivano ancora il 90% della popolazione dell’Impero e Costantino non poteva non tener conto di questo). A onor del vero, lungo tutto il suo regno, furono non solo tollerate cerimonie pagane, ma furono ancora costruiti dei templi, sebbene pochi. Così come occorre tener presente che egli, che fin dal 312 aveva abbandonato ogni manifestazione personale di culto pagano, non rinunciò mai al titolo formale di Pontefice Massimo, che gli spettava in onore alla carica di Imperatore. Energicamente intollerante invece si mostrò verso altre forme di eresia, come abbiamo visto.
Anche il suo aspro scontro con sant’Atanasio fu dovuto non certo a ragioni teologiche, ma alla durezza e intransigenza della lotta antiariana condotta dal vescovo di Alessandria. E comunque va ricordato che proprio sul letto di morte, Costantino dà disposizione per il rientro dall’esilio di sant’Atanasio, in piena coerenza con tutta la sua politica religiosa di sempre.

Un romano vero

Si è parlato perciò di “ambiguitas costantiniana”. In realtà, oggi v’è un accordo quasi generale fra gli storici nel ritenere che più che di ambiguità si trattava di quella che con una terminologia attuale potremmo chiamare “RealPolitik”, non però nel senso machiavellico, laicistico e anticristiano odierno, ma nel senso romano del concetto: Costantino visse al servizio dell’Impero, e per tal ragione desiderava armonia, pace e unità. Il suo cuore e la sua mente lo portavano ormai all’adesione al Cristianesimo, che egli, con sincerità, favorì e guidò, in quei giorni difficili. Ma al contempo egli giammai smise di essere l’imperatore di tutto l’impero.
Sappiamo che alcune chiese orientali lo venerano come santo. La Chiesa Cattolica, seppur da sempre riconoscente al grande imperatore, non arriva a tanto, proprio perché ha sempre avuto chiaro il fatto che Costantino, primo imperatore fattosi pubblicamente cristiano, carismaticamente favorito da una visione divina, primo artefice della Libertas Ecclesiae, rimase però sempre anzitutto un soldato al servizio della gloria di Roma (e della sua personale).
Anche la sua vita non permette tali aperture di natura “canonica”: in guerra fu sovente spietato, uccise il figlioletto di Licinio senza una vera ragione, mandò in bocca alle fiere i Franchi sconfitti, e commise altre atrocità: certo, era normale a quei tempi, nulla di particolarmente cruento per quei giorni. Ma la condanna a morte del figlio Crispo e della moglie Fausta rimane una macchia sulla sua memoria. V’è da dire però che non conosciamo le cause e i reali contorni di questa immane tragedia, per poter emettere un sereno e corretto giudizio.
Ma, nonostante questo, Costantino rimane non solo uno dei più grandi uomini che Roma abbia mai avuto, uno dei più vittoriosi condottieri di tutti i tempi, un politico accorto e lungimirante, un vincitore nato, ma l’uomo della svolta nella storia della Chiesa Cattolica. Con Costantino finisce l’era catacombale e inizia la storia politica e civile della Chiesa, una storia mai più terminata e che ha visto produrre le più grandi meraviglie della civiltà degli uomini. Per questo, tutti coloro che odiano la Chiesa Cattolica, compresi gli “interni” intrisi di spirito modernista e di progressismo, criticano sempre la “Chiesa Costantiniana”, dipingendola per quello che mai fu (e adattando alle loro esigenze ideologiche invece la “Chiesa primitiva”), commettendo in tal maniera una duplice scorrettezza storica e teologica.
A Costantino spetta il merito indelebile della propria conversione, del cambio di religione, dell’aver sovvertito quanto di più sacro v’era nella mentalità romana, ciò che lo rende l’uomo romano più coraggioso e innovativo di tutti i tempi. Inoltre, ebbe anche il merito fondamentale di aver liberato i cristiani, di aver cancellato il “crimine di cristianesimo”. Questo è stato ricordato nel suo viaggio in Libano anche da S.S. Papa Benedetto XVI. Il Santo Padre, elogiando il grande imperatore, ha testualmente affermato che egli, ricevuta la visione della croce, «ha saputo testimoniare e far uscire i cristiani dalla discriminazione per permettere loro di vivere apertamente e liberamente la loro fede nel Cristo crocifisso, morto e risorto per la salvezza di tutti».
Costantino è il padre “politico” del Cristianesimo, in quanto è il sovrano che dona la libertà ai cristiani, così come Teodosio è il padre della “Cristianità”, in quanto, nel 380, rende il Cristianesimo unica religione dell’Impero Romano, così come Carlo Magno è il padre dellaRes Publica Christiana europea, come lo ebbe a definire il beato Giovanni Paolo II nel 2000.
Da Costantino a Carlo Magno si traccia il filo ideale della società politica cristiana, sacrale e monarchica.


Massimo Viglione16 dicembre 2012
Fonte : http://www.ilgiudiziocattolico.com/1/114/costantino-magno-spartiacque-della-storia-di-roma-e-della-chiesa.html

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